La sveglia suona presto. Prima degli sposi, quasi sempre.
C’è qualcosa di strano e bello nel fare questo lavoro: si entra nella giornata più importante della vita di due persone come se si fosse di famiglia, ma con una responsabilità precisa e silenziosa che nessun altro invitato ha. Bisogna esserci, vedere, anticipare. E allo stesso tempo non pesare, non disturbare, non trasformare ogni momento in una posa.
La mattina è la parte che preferisco, forse perché è quella più autentica. La sposa che si prepara ha ancora addosso la normalità della vita quotidiana: la sorella che non trova le scarpe, la madre che piange già, qualcuno che ride di qualcosa di stupido per scaricare la tensione. Sono momenti che nessuno ricorda esattamente come sono andati, ma che nelle foto tornano nitidi. Lavoro molto in quei momenti, di lato, quasi in punta di piedi.
Gli sposi, quando si vedono per la prima volta in abito, hanno quasi sempre la stessa espressione. Non è quella delle foto patinate, è qualcosa di più scomposto e vero, dura tre secondi forse, e bisogna esserci già pronti prima che arrivi.
La cerimonia ha una sua logica, e imparare a muoversi dentro quella logica senza disturbarla è una delle cose che si affina con il tempo. Ci sono chiese dove la luce entra da sinistra e cambia in venti minuti, ville dove il controluce è inevitabile, spazi all’aperto dove il vento fa quello che vuole. Non esiste la situazione perfetta, esiste la capacità di leggere quello che c’è e usarlo.

Il momento che la gente immagina come il più emozionante, il “sì”, è spesso tecnicamente il più difficile. Tutti guardano gli sposi, tutti piangono, la luce è quella che è. Si scatta molto, si sceglie dopo. È uno di quei casi in cui l’esperienza conta davvero, non come vanto ma come strumento pratico.
Poi c’è il ricevimento, che è la parte più lunga e in un certo senso la più libera. Gli sposi si rilassano, gli invitati anche, la giornata ha già la sua forma e si può cominciare a cercare i dettagli: un bambino che si addormenta su una sedia, due vecchi che ballano da soli in un angolo, il padre dello sposo che guarda sua nuora da lontano con un’espressione che non sa di avere.
Quelle foto lì, spesso, sono quelle che gli sposi guardano di più anni dopo. Non le pose, non i ritratti formali. Le cose che non sapevano stessero succedendo.
Finisco sempre tardi. L’ultimo ballo, le ultime luci, qualche scatto ancora prima di mettere via tutto. Torno a casa con la testa piena e le gambe stanche, e già so che in fase di selezione troverò cose che non ricordavo di aver visto. Succede quasi sempre.
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